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Donne che non odiano gli uomini

Sono femminista.

Diversi di voi saranno sorpresi nel sentire questa definizione, che reputate antiquata ed eccessiva, ma sono convinta che almeno alcuni di voi capiscano ancora l’importanza di definirsi femministe e di continuare a portare avanti con determinazione le battaglie per vere pari opportunità in tutti gli ambiti della società. Non voglio tediarvi con le solite cifre sulla violenza domestica, disparità salariale e sottorappresentanza delle donne in politica, ma piuttosto vorrei ritornare sul discorso sul perché gli uomini eterosessuali e cis-gender [1], che si sentono spesso minacciati dal femminismo, sono in una posizione di privilegio e perché, nonostante questo, le femministe non odiano gli uomini.

La nostra società è estremamente complessa, infatti all’interno delle categorie di genere ci sono tantissime differenze tra i singoli individui. Questa varietà si rispecchia anche nella vita di tutti i giorni e nei bisogni che le persone hanno: i problemi di una donna bianca del ceto medio con formazione universitaria non possono essere uguagliati a quelli di una lavoratrice precaria di colore solamente perché entrambe sono donne. Penso che sia fondamentale che anche il femminismo prenda atto di questa ricchezza di sfaccettature, integrando e analizzando la moltitudine di fattori discriminanti che possono colpire la stessa persona come ad esempio il sesso, l’etnia, l’identità di genere o l’abilità. Questo è ciò che fa il cosiddetto femminismo intersezionale, secondo il quale ognuno di questi fattori discriminanti corrisponde a un asse di oppressione. La relazione tra gli individui che si trovano ai due estremi dell’asse è caratterizzata dalla dinamica oppressore-oppressa/o: da un lato c’è la persona privilegiata, spesso inconsapevole dei propri privilegi e più o meno inconsciamente propensa a difenderli, anche con la violenza in taluni casi. Dall’altro c’è la persona che conta meno, che viene discriminata, esclusa e più esposta al rischio di subire violenza.

Se seguissimo i vari assi di oppressione dal lato dei privilegiati, incontreremmo un personaggio chiaramente definito: appunto l’uomo cis ed eterosessuale, bianco e benestante, adulto, con un corpo funzionale e tutta una serie di stereotipi che lo caratterizzano. È quindi questo il nemico del femminismo intersezionale? No. Il nostro scopo quali femministe e femministi (!) non è quello di soggiogare le persone con queste caratteristiche; il nostro nemico è il sistema patriarcale stesso con i suoi assi di oppressione, che mettono su un piedistallo questa categoria di persone: vogliamo far crollare il piedistallo, non l’uomo. Anche perché non è bello stare su questo piedistallo: c’è sempre il rischio di cadere giù. Ad esempio, si sentono spesso gli insulti “femminucce” o “finocchi” rivolti contro chi non rispetterebbe dei presunti (ed in ogni caso arbitrari) standard di mascolinità o virilità, come se questi fossero assoluti.

Quindi, cari uomini che vi sentite così minacciati, non preoccupatevi, non vogliamo rubarvi il vostro piedistallo, bensì abbatterlo e impegnarci per una società equa in cui tutte e tutti abbiano davvero le stesse possibilità di vivere la propria vita in libertà. In questa giornata speciale ricordatevelo e, perché no, ringraziate la vostra compagna, figlia, mamma o amica per il lavoro invisibile che fa, per gli ostacoli che deve superare ogni giorno e per le discriminazioni che subisce. O ancora meglio, unitevi alla sua lotta per la parità. Perché è questo che noi donne vogliamo: meno mimose, più diritti.

 


[1] Una persona “cis” è una persona che si identifica per esempio come uomo, che rispecchia gli stereotipi sociali di come dovrebbe essere un uomo e che è nato biologicamente quale maschio. C’è quindi una condizione di concordanza tra il piano biologico (i caratteri sessuali), l’identità personale (come la persona si sente) e il ruolo sociale (come gli altri individui la considerano).

One thought on “Donne che non odiano gli uomini Lascia un commento

  1. Son convinto che la lotta politica deve partire dalle ragazze giovani. Non bisogna aspettare l’età adulta, per capire, in retrospettiva, anche se vale la pena voltare uno sguardo indietro e rendersi conto del cammino fatto. Credo che bisogna passare da una mobilitazione collettiva a una più mirata sui singoli gruppi sociali d’azione, per motivare le persone più sole. Così possiamo evitare le strumentalizzazioni che vengono anche da fuori.

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