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Intervista TicinoManagement

La rivista TicinoManagement ha intervistato i candidati e le candidate al Consiglio di Stato. Trovate qui tutte le interviste (io sono a pag. 86) e qui sotto le mie risposte: 

I costi della salute stanno erodendo il potere d’acquisto della classe media e non solo. Un inventario e l’ottimizzazione dell’offerta del Cantone sono necessari. È urgente per la politica occuparsene. Proposte?

I costi della salute stanno aumentando costantemente, con il premio medio che è rincarato del 258% negli ultimi due decenni, passando da 173.- franchi mensili del 1996 a 447.- nel 2017. A pagare maggiormente le conseguenze di questa esplosione dei costi è il ceto medio, per il quale l’incidenza delle spese sanitarie sul budget è particolarmente elevata, non avendo diritto ai sussidi. Ci sono economie domestiche che spendono oltre il 20% del loro reddito per i premi cassa malati, ai quali si aggiungono i costi non coperti dall’assicurazione malattia, come le franchigie o i costi di medicamenti e materiale di cura non rimborsato. Ciò mina la solidarietà, un principio di base dell’assicurazione obbligatoria, e comporta il rischio di avere una medicina a due velocità, dove pochi benestanti possono di fatto accedere a qualsiasi prestazione a differenza della maggioranza della popolazione – specialmente se si considerano i continui tentativi per aumentare la franchigia a carico degli assicurati.

Come Partito Socialista abbiamo deciso di reagire di fronte a questa evoluzione lanciando un’iniziativa federale che vuole limitare l’incidenza massima dei premi di cassa malati al 10% del reddito disponibile di un’economia domestica, aumentando i mezzi della Confederazione e dei Cantoni per ridurre i premi cassa malati. Non basta però limitare i premi cassa malati, bisogna anche contenere l’aumento dei costi stessi. Innanzitutto evitando il ricorso a prestazioni inutili: uno studio del 2011 stima i costi globali dovuti a trattamenti che potrebbero essere evitati senza compromettere le cure a oltre 5 miliardi di franchi all’anno, che corrispondono a un risparmio di 650 franchi a persona. Va anche favorita la medicina di famiglia, in quanto il 90% dei problemi possono essere curati da medici di famiglia a costi minori ed evitando appunto cure non sempre necessarie. In questa ottica è positiva la decisione presa al livello federale di rivedere le tariffe riducendo la remunerazione di alcune prestazioni specialistiche invariate da anni, nonostante i costi per questi interventi siano oggi molto più bassi. È infine necessario diminuire i costi dei medicamenti che in Svizzera rimangono più alti dei paesi che ci circondano e favorire l’utilizzo dei farmaci generici. A lungo termine, reputo inoltre importante discutere nuovamente dell’introduzione di una cassa malati pubblica a livello federale, una proposta ragionevole che a mio parere risolverebbe numerosi problemi di fondo del nostro sistema sanitario.

In Svizzera abbiamo la fortuna di disporre di un sistema sanitario di eccellente qualità, che va tutelato e promosso – come chiedono tra l’altro le due iniziative cantonali purtroppo non ancora trattate dal Consiglio di Stato o dal Parlamento , “Per la Qualità e la Sicurezza delle Cure Ospedaliere” e “Per cure mediche e ospedaliere di prossimità” –, ma è soprattutto fondamentale salvaguardare l’accessibilità del nostro sistema sanitario a tutte le persone, indifferentemente dalle proprie disponibilità finanziarie.

Si può spiegare a Berna la situazione delicata e unica del Cantone Ticino – Svizzera in Italia, Italia in Svizzera – quando è acclarato che la nostra media degli stipendi è quattro volte superiore a quella della vicina Repubblica, con tutte le conseguenze?

A differenza di quanto lascia intendere la domanda, il problema non è che la media degli stipendi ticinesi sia quattro volte superiore a quelli della Lombardia, bensì che siano nettamente inferiori rispetto alla media svizzera: secondo l’Ufficio federale di statistica il salario mediano ticinese ammontava nel 2016 a 5’262 franchi al mese, a differenza dei 6’235 a livello nazionale. Ma non è finita, il Ticino è infatti un caso unico in tutta la Svizzera: in alcuni settori il salario mediano sta addirittura diminuendo in termini assoluti! Parallelamente i costi – si pensi in modo particolare ad affitti e premi di cassa malati – continuano ad aumentare, contraddicendo chiaramente il mito secondo cui “i salari ticinesi sono più bassi perché il costo della vita qui è minore”.

Questa pressione al ribasso sui salari si manifesta anche nel tasso di povertà delle persone occupate, che in Svizzera si situa al 3.6%, ma nel nostro Cantone raggiunge il 11.7%. In Ticino avere un impiego non è purtroppo più sinonimo di vita dignitosa: sono passati quasi quattro anni dall’approvazione popolare dell’iniziativa “Salviamo il lavoro in Ticino”, ma stiamo ancora aspettando l’introduzione del salario minimo voluto dalla cittadinanza, strumento in grado di arginare il fenomeno della povertà tra i lavoratori contrastando il dumping salariale e con l’obiettivo di disincentivare l’assunzione di manodopera frontaliera. Un salario minimo dignitoso, accompagnato da ulteriori regolamentazioni delle condizioni di impiego e controlli contro gli abusi, migliorerebbe finalmente la situazione dei numerosi lavoratori precari del nostro Cantone, ma la maggioranza borghese continua a temporeggiare.

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